Nautica in un ritratto: Emanuela Baglietto

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Nautica in un ritratto: Emanuela Baglietto

Il mare è sempre stato nei miei occhi, sin da bambina. E molti dei miei progetti sono realizzati su moli in riva al mare

© di Giuseppe Orrù - tratto da: Liguria Nautica - foto di Claudio Colombo

Emanuela Baglietto © foto di Claudio Colombo

Emanuela Baglietto, laureata alla facoltà di Architettura di Genova, nel 1988 ha iniziato a collaborare con Renzo Piano Building Workshop, a Genova. Ha lavorato come architetto responsabile di numerosi progetti e concorsi e ne è diventata partner nel 1997.

È stata poi responsabile di molti progetti realizzati in Europa e negli Stati Uniti, incluso il Mercedes Design Center a Stuttgart, il Nasher Sculpture Center a Dallas, l’ampliamento dell’Isabella Stewart Gardner Museum a Boston, l’Astrup Fearnley Museum a Oslo e il Centro Botin a Santander. Attualmente sta seguendo il cantiere di tre torri residenziali a Sydney, dell’Istanbul Modern Museum in Turchia e il progetto per la realizzazione delle strutture previste a Auckland per la 36ma edizione della Coppa America per conto degli sponsor italiani di Luna Rossa.

Il suo nome è legato a quello di una famiglia diventata un’icona per la nautica d’eccellenza italiana, come i prestigiosi Cantieri Baglietto. Negli ultimi anni, infatti dopo circa trent’anni di lavoro dedicati interamente all’architettura, ha iniziato anche ad occuparsi della storia dei Cantieri Baglietto appartenuti alla famiglia fino al 1983. Ha così promosso una mostra dal titolo “Baglietto, un sogno sul mare”.

Architetto Baglietto, i Cantieri Baglietto sono diventati una delle icone della nautica “made in Italy”. Quali sono i suoi ricordi di famiglia legati all’azienda?

Ho passato gli anni della mia infanzia a Varazze, gli anni ’60, proprio quando le barche disegnate da mio padre Pietro, cavalcando l’onda del boom economico, salivano alla ribalta della nautica italiana e d’oltre oceano con i mitici Ischia e Minorca acquistati da personaggi famosi come l’Aga Khan e Peter Sellers.

In casa però non si respirava l’aria del successo ed io in particolare sapevo ben poco di quello che accadeva in cantiere: respiravo l’aria del cantiere ma, più che attraverso le citazioni di personaggi famosi, da quelle di nomi come “Milan”, Giorgio “u Pua”, Andrea “il Ciocco” e “Scimun” che, menzionati continuamente per quello che avevano o non avevano fatto, erano entrati a far parte del lessico famigliare. In casa si parlava di quanti nodi di velocità aveva raggiunto la barca appena varata o se si era ingavonata sull’onda.

Mio padre sui motoryacht ci andava per lavorare, per fare le prove in mare e portava mia madre e i suoi amici in crociera d’estate (i bambini erano rigorosamente lasciati a casa), obbligandoli a fare traversate quando il mare e il vento erano agitati per provare i motori sotto sforzo e testare le capacità di planata dei suoi scafi con le carene ad ala di gabbiano, con il risultato di far star male di stomaco tutti.

L’unico evento a cui partecipavamo noi bambini erano i vari delle barche per la Marina Militare, che avvenivano in pompa magna nel porto di Varazze, con tutte le autorità, compreso il vescovo, e la madrina commossa che era quasi sempre una vedova di guerra. Al Salone Nautico di Genova, però, ci andavo ogni anno: mi piaceva moltissimo girare tra gli scafi delle barche e guidavo con grande orgoglio le visite agli interni delle barche, supportata dai marinai che sapevano rispondere alle domande dei visitatori.

Negli anni ’70 ho cominciato ad avere più consapevolezza della enorme diffusione che le barche Baglietto stavano avendo. Iniziata alla vela fin da piccola da mio padre, facevo le regate con lui in giro per la Liguria prima e poi per il Mediterraneo e nei porti vedevo moltissimi yacht delle serie metriche dei 18 metri, dei 20 metri e dei 16,50 metri e quelli che non lo erano gli assomigliavano moltissimo. Le barche Baglietto erano diventate un’icona del design nautico e un punto di riferimento per tanti altri cantieri.

Perché ha scelto di dedicarsi all’architettura?

Terminato il liceo classico, mi sembrava che cimentarmi in Ingegneria Navale fosse troppo impegnativo per me, che non ero un granché con i numeri. Architettura mi sembrava una buona scelta, perché è una facoltà che unisce aspetti umanistici, sociali e tecnici in una scienza che caratterizza il fare dell’uomo sin dall’inizio dei tempi.

Pensavo che i rudimenti tecnici li avrei imparati dopo sul campo, ma mi sbagliavo. Infatti dopo poco le cose in cantiere cominciarono ad andare male con la crisi del petrolio degli anni ’80. Le ricchezze disponibili venivano re-investite e i clienti erano sempre più rari. Rimanevano solo le commesse militari. Poi dopo qualche anno di grande fatica, la famiglia uscì di scena.

A quel punto mi ero laureata e avevo a malincuore rinunciato ad andare negli Stati Uniti per fare un master. Avevo però, tramite collaboratori di Renzo Piano che pescavano tra gli studenti universitari, cominciato a dare una mano nello studio che a quel tempo si trovava in piazza San Matteo. Venivamo chiamati per le consegne finali dei progetti, quando serviva mano d’opera volenterosa. Da qui la scintilla che poi mi ha portato ad abbracciare e ad amare questa professione, in cui riesco a divertirmi moltissimo e ad avere grandi soddisfazioni. Ovviamente non senza un grande impegno.

Oggi qual è il suo rapporto con la nautica e con il mare?

Il mare è sempre stato nei miei occhi, sin da bambina e continua ad esserlo anche ora attraverso le grandi vetrate del mio ufficio. Ho amato moltissimo la vela e, anche se ho dovuto rinunciare in parte all’attività sportiva per dedicare il mio tempo, quasi tutto, all’architettura, sono riuscita a fare qualcosa anche in campo nautico. Nei primi anni 2000 ho realizzato il refitting di Chato, un motoryacht velocissimo di 26 metri in alluminio che mio padre aveva realizzato per uno dei suoi clienti seriali, il barone Von Neumann.

Poi con l’architetto Piano nel 2003 ho lavorato alla progettazione e costruzione del suo 60’ a vela, Kirribilli I, che adesso appartiene ad un imprenditore norvegese che era stato nostro cliente per il museo di Oslo. La barca ora in estate è ormeggiata davanti al museo.

Nel 2006 sono stata poi responsabile della realizzazione della base operativa di Luna Rossa con il team di Prada per l’edizione della Coppa America a Valencia. Deve essere andata bene, perché ci hanno richiamato e ora mi sto occupando del progetto delle strutture temporanee e non, legate all’evento della 36ª edizione della Coppa, ad Auckland, patrocinata dal team italiano di Luna Rossa. In un modo o nell’altro riesco sempre a lavorare in un ambito legato alla nautica e tanti dei miei progetti sono realizzati su moli in riva al mare.

Lei ha promosso una mostra dal titolo “Baglietto, un sogno sul mare”. Qual era il “sogno sul mare” di suo padre, che ha saputo così sapientemente declinare con i suoi yacht?

Credo che il sogno di mio padre sia stato quello di applicare alle sue barche le sue teorie sugli studi delle carene plananti che ha sviluppato per tutta la vita: fare delle barche veloci sull’acqua e leggere, delle barche innovative anche per le linee di opera morta e sovrastruttura, di rottura rispetto ai canoni tradizionali, moderne, al passo con i tempi che stava vivendo. Già i suoi avi, suo padre Bernardo con suo fratello Vincenzo Vittorio, avevano iniziato questa strada costruendo motoscafi da corsa e poi da guerra velocissimi e performanti, ma anche molto eleganti.

Negli anni ’60 in un momento di grandi cambiamenti sociali ed economici, era da poco nata la Fiat 500 e stava per decollare il primo Boeing 747, anche la tecnologia della nautica subì una rivoluzione con l’avvento del compensato marino. In cantiere l’utilizzo di questo materiale, insieme alla novità della produzione in serie di motoryacht, comportò delle modifiche morfologiche importanti sia a livello di carena che di sovrastruttura.

Ed ecco che il sogno di unire all’innovazione tecnologica l’eleganza delle forme, condusse alla realizzazione della bellissima serie delle isole con linee totalmente nuove e colori pastello e poi negli anni ’70 a quella delle serie metriche decisamente più spigolose e minimaliste come andava di moda allora. Insomma, sperimentazione, innovazione e ricerca di armonia delle forme sono state l’essenza del sogno di mio padre, ereditato nel Dna dai suoi predecessori.

Lei oggi realizza “sogni” sulla terra, come partner di un’archistar come Renzo Piano. Quali sono i valori dei Cantieri Baglietto che ancora oggi applica nel suo lavoro?

La differenza tra le barche e gli edifici è che gli edifici non si possono spostare. Se vengono male stanno lì per sempre, o almeno fino a quando non vengono demoliti. La responsabilità di realizzare un edificio è anche una responsabilità sociale, non si può tanto sognare, ci sono mille regole ed è tutto molto più complicato.

Ma i valori del mio Dna sono gli stessi: la sperimentazione e l’innovazione sono parte del mio processo di progettazione e mi considero molto fortunata perché sono tra i pochi a cui è possibile farlo. L’attenzione all’armonia delle forme è la stessa. Si aggiunge a questi requisiti la ricerca della leggerezza che, mentre è intrinseca in ciò che galleggia, va inventata per ciò che sta saldamente fissato a terra.

Al giorno d’oggi gli edifici devono essere performanti, come dovevano essere le barche di mio padre. Ma nel senso di essere sostenibili e di utilizzare sistemi di energia pulita come il geotermico, l’energia solare ed eolica e materiali innovativi secondo le necessità dei miei tempi.

Rassegna stampa - articolo pubblicato su Liguria Nautica a firma di Giuseppe Orrù, foto di Claudio Colombo


Emanuela Baglietto © foto di Claudio Colombo
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© di Giuseppe Orrù - tratto da: Liguria Nautica - foto di Claudio Colombo

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